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L’ARTE DELL’IMPOSSIBILE

04/02/2010

C’è lo scenario post. Post atomico, post politico, post Pd. Che contiene una bomba e una domanda. Lo scoppio della bomba dipende dalla risposta alla domanda. E la domanda è: che cosa succederà nella leadership del Pd dopo le elezioni regionali? Prima risposta, molto provvisoria e quindi ancora lontana dall’innesco. Dipende. Vero è che il Pd sta tentando in tutti i modi il suicidio: con il disastro di Bologna e le dimissioni di Flavio Delbono, con il mezzo suicidio della Puglia e il trionfo di Nichi Vendola, con gli altri pasticci che sicuramente verranno organizzati di regione in regione. Ma c’è ancora un po’ di tempo, e una campagna elettorale intera da fare, e quindi una speranza resiste. Speranziella. In realtà, per ora il Pd non tiene da nessuna parte. Gli ex comunisti si ritengono i depositari unici della sapienza politica, con quali risultati si vede, basta guardare a Bari e alla regia di D’Alema («Non ho mai perso un’elezione»). I cattolici si considerano i titolari di un diritto di veto, nella convinzione che senza il loro apporto il Pd non esisterebbe: convinzione forse fondata ma politicamente spendibile una sola volta, come ha fatto Francesco Rutelli: andandosene, e scomparendo (già, a quando la riapparizione?). Mettiamoci anche il caso pepatissimo di Bologna, con le sue carte di credito, i bancomat, le fidanzate più o meno incinte (in questa fase politica è tutto "più o meno") e il menù è quasi, cioè più o meno, completo, in attesa di altre pietanze più o meno pepate, a cominciare dal problema Bonino, rispetto al quale fior di baciapile sono pronti a dire, dopo l’eventuale sconfitta, «io l’avevo detto»: mentre la Polverini, eh, un angelo, tutta coattismo e tette, modernissima quindi, "trasversale", "vincente" anche se i dati dell’Ugl, dicono, sono taroccati. E quindi come se ne esce? Che carte ha in mano Pier Luigi Bersani? Pochissime, per la verità. Deve soprattutto stringere, pardon, il di dietro, cioè la tenuta dei glutei, e aspettare. Non è una grande strategia, si dirà? Ovvio che non è una strategia. Ma il primo obiettivo è far sì che si eviti lo scenario post atomico. Il giorno dopo le elezioni regionali fior di analisti andranno a controllare il numero di regioni vinte, quelle perdute e subito dopo le percentuali regione per regione. Dopo di che stabiliranno la tenuta di Bersani. Per ora, quanto al Pd, siamo in piena legge di Murphy: «Se qualcosa può andare storto, andrà storto». E quindi come si fa a invertire la tendenza? A due mesi dal giorno delle elezioni? A meno di non ricorrere ai voodoo o a Lourdes, le soluzioni politiche sono poche. C’è un’unica possibilità, anche se è poco popolare. Consiste nel dimostrare coerenza e linearità, serietà e fermezza. Nelle regioni cosiddette rosse, che cominciano a essere sempre meno rosse (ed è indimenticabile a questo proposito un articolo sul "Sole 24 Ore" del politologo Carlo Trigilia che già anni fa segnalava la perdita di qualità delle amministrazioni postcomuniste), non dovrebbero esserci grossi problemi di riconferma, data la modalità tradizionale del voto della maggioranza degli elettori. Nulla è scontato di questi tempi in politica, ma cinquant’anni di convenzioni e di abitudini vorranno pur dire qualcosa. Nelle regioni perdute in partenza, come Lombardia e Veneto, occorrerà solo fare testimonianza. Nelle regioni a voto più o meno competitivo (ripeto: più o meno) occorrerà convincere strati diversi di elettorato che l’eventuale alleanza con l’Udc ha un senso non soltanto elettorale ma risponde a una strategia politica chiara. Non sarà facile, dato il funambolismo di Pier Ferdinando Casini. Ma occorrerà provare agli elettori che allargare la coalizione di centrosinistra risponde a una necessità oggettiva dentro il sistema bipolare: accidenti, proprio quel sistema bipolare che Casini vuole sfondare con la politica dei due o tre forni. Non è una contraddizione in sé. Che la contraddizione ci sia è indubitabile. Tuttavia la politica è l’arte del possibile. E se qualcuno deve chiedere qualcosa di più o meno possibile a qualcuno, questo qualcuno è Bersani. A chi altrimenti. A suo tempo, su queste colonne, avevamo scritto che il Pd era un partito ipotetico. Di fronte all’ipotesi della sua scomparsa, occorre cercare risposte anche nell’arte dell’impossibile.

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