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LA DESTRA IN PIAZZA? UNA BELLA SCOSSA

17.10.1996
ATTUALITA' ITALIA
BLOW UP

Tutti i giorni qualcuno annuncia mobilitazioni. Dopo il varo della Legge finanziaria il Polo ha evocato la "rabbia" dei ceti medi e medio-alti nel tentativo di spingerli contro il "governo delle tasse". Perfino il caro riapparso Mario Segni dipinge i suoi Comitati per l’ assemblea costituente come gli arieti del nuovo che travolgeranno le resistenze dei conservatori. Ma se si cerca un atteggiamento che descriva questa Italia autunnale, anziché la rabbia, la collera, l’ ira, insomma i sentimenti forti, si percepirebbe un sentimento debole e opaco, una specie di rassegnazione in grigio. E si capisce. Tutti gli strumenti tecnici escogitati per cercare di uscire dalla palude sono falliti o in via di fallimento. E’ fallita la soluzione giudiziaria come sentiero per uscire dalla Prima repubblica e soprattutto come scorciatoia per entrare nella Seconda. Chi credeva infatti che l’ azione di Mani pulite avrebbe bruciato il terreno intorno alla corruzione è stato smentito; il pool di Milano è riuscito a decapitare una classe dirigente ma il cerchio stregato che lega affari e politica non è stato interrotto. Nessuno ha ancora capito bene qual è il cuore dell’ inchiesta spezzina, ma nondimeno l’ immagine che si è avuta dei traffici fra l’ ambiente di Lorenzo Necci e quello di Francesco Pacini Battaglia è stata deprimente. E in parallelo nessuno ha compreso perché un esponente di vertice del Pds come Cesare Salvi si è messo a fare animosamente le bucce ai magistrati milanesi. Considerazioni analoghe valgono anche per la riforma elettorale e istituzionale. Si era pensato infatti che lo strumento tecnico della legge maggioritaria avrebbe spezzato le collusioni fra i partiti, imponendo un trasparente rapporto di competizione fra due blocchi politici. Per certi aspetti, dopo la rivoluzione acefala provocata dalla scoperta di Tangentopoli il sistema maggioritario avrebbe dovuto essere l’ equivalente figurato della ghigliottina, cioè un meccanismo politico duro, nitido, impietoso. E invece siamo sempre nei pressi dell’ accordo non si sa quanto alto e nobile fra Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema, mentre riappare Francesco Cossiga in veste referendaria, e le riforme sembrano un cantiere sull’ autostrada, aperto senza scadenza. Si sono viste le privatizzazioni col buco della Comit e del Credito italiano, la conferma di boiardi storici come Ernesto Pascale e Biagio Agnes alla Stet, due diverse occupazioni della Rai, all’ Enel un manager, Franco Tatò, bilanciato da un politichino, Chicco Testa. La rassegnazione è giustificata. Perché, a ragione o a torto, la società italiana ha investito cospicue risorse psicologiche, oltre che politiche, su tutto ciò che prometteva di smuovere la democrazia bloccata. Si è schierata con Di Pietro, ha dato i voti alla Lega, ha abbattuto la proporzionale, forse domani si convincerà che la crisi italiana verrà risolta con nuove istituzioni di democrazia più immediata. Ma sarà sempre più difficile convincere qualcuno con le formule. Il federalismo è morto per logoramento prima ancora di essere sperimentato. E la secessione non è nemmeno nata, dato che la marcia sul Po è stata un fallimento penoso, tale probabilmente da rendere ancora più frustrata e incattivita la "riserva indiana" nordista. Il Paese ha creduto in Berlusconi, ha creduto in Bossi, ha creduto in Prodi. Ora si trova nella classica situazione in cui chi aveva vinto le elezioni promettendo un’ Italia più normale, riforme razionali, interventi di microchirurgia, è alle prese con interventi trafelati e cure da cavallo, operazioni da ospedale da campo. Ci sono buone ragioni per la disillusione: vedere una Finanziaria che raddoppia di volume in poche ore è stato forse il colpo di grazia alla fiducia residua. Autunno di tasse, di sacrifici, con il sospetto di iniquità evidenti. E con il peso dell’ incertezza sulla credibilità effettiva del risanamento in funzione europea. Detto questo, il Polo vuole davvero portare i moderati a protestare con pochissima moderazione contro il "veterocomunismo" della Finanziaria? Se il centrodestra riuscisse a portare un milione di persone in piazza contro il governo, sarebbe uno scrollone perfino salutare. Perché di qui in avanti il rischio principale che corre il Paese non è un conflitto sociale e politico destinato ad acuirsi, ma è l’insidia strisciante di un cedimento all’ apatia. Che vorrebbe dire la definitiva convinzione di massa che non è con i mezzi della politica che si esce dalla crisi. Di rassegnazione in rassegnazione, potremmo assistere su scala individuale, di gruppo, di settore, a ciò che Umberto Bossi ha cercato di fare su base geografica. E allora verrebbe veramente il momento dell’ implosione, della defezione, della secessione: secessione, proprio così, ma dalla politica, dalla vita pubblica.

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